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Pensieri in pensilina

Malpensata

Si aprono le porte dell’autobus. Scendi alla fermata di via Don Bosco. E fai uno sforzo d’immaginazione.

Mentre inizi a camminare verso il parcheggio della Malpensata, dove ogni lunedì c’è il mercato, immagina che qui, fino a un paio di secoli fa, c’era una brughiera incolta e malsana.
Solo campi, qualche cascina, vegetazione selvatica. Era un luogo di confine, questo.
Era campagna e la città iniziava poco oltre. C’era anche un cimitero, poi smantellato all’inizio del Novecento. Pochi anni dopo, l’Atalanta giocò la sua prima partita ufficiale in un terreno da gioco situato proprio in Malpensata, confinante coi binari: era il 1914, il campo era in via Maglio del Lotto; e si racconta che i treni rallentassero per permettere ai passeggeri di godersi qualche scampolo di partita, direttamente dai finestrini. Oggi quel campo non c’è più.
Tutto si è trasformato e si trasforma, in Malpensata. Quello che resta è un quartiere che è ancora oggi un luogo di confine, un crocevia e un passaggio: tra città e provincia, tra centro e periferia.
Sei sceso dall’autobus? Bene. Ora ti invitiamo a fare una passeggiata con noi, nello spazio e nel tempo.

Non fu una buona pensata

Partiamo dal nome, “Malpensata”: di certo non evoca un luogo fortunato.
Dove oggi c’è il sottopassaggio della linea ferroviaria, infatti, c’era un tempo un mulino malconcio. E poco distante, in mezzo alla campagna, una cascina. “Cascina Malpensata”, appunto.
Il nome – secondo alcuni – deriva dal fatto che nel cortile di questo casolare c’era un grosso albero a cui venivano legati i malfattori: si trattava soprattutto di commercianti che avevano provato ad aggirare i dazi o a mettere in atto piccole o grandi truffe. Venivano beccati e restavano lì, esposti per ore o per giorni al pubblico ludibrio.
O forse questa è solo una leggenda.
E c’era, sì, una cascina detta “della Malpensata”. Ma il nome derivava semplicemente dalla sua posizione: poco sicura, fuori mano, in mezzo a un terreno poco generoso; quindi poco adatta per viverci e per coltivare.
E la gente passava e diceva: “Costruirla lì, quella cascina, non fu di certo una buona pensata!”.

Il cimitero che non c'è più

Come se non bastasse la cattiva fama della cascina e di quello che ci stava intorno, ecco che – nel 1833 – si decise che proprio in Malpensata doveva essere costruito un nuovo cimitero.
Quel cimitero oggi è scomparso: ma sorgeva sotto l’asfalto di quello che oggi è il parcheggio, appena fuori dal parco e dal Palaghiaccio.
Anche la costruzione di quel camposanto non fu una buona pensata. Perché dopo pochi decenni la città avanzò, casa dopo casa: la Malpensata doveva diventare un quartiere residenziale. Serviva spazio per i vivi, così i morti furono costretti al trasloco. Era il 1904.
Ma non tutto filò liscio. Qualcuno resistette. Non un cadavere, ma uno strano personaggio: un po’ dandy, un po’ barbone. Lo si poteva vedere aggirarsi per le vie della città con un cappello a cilindro, adornato con una piuma di fagiano raccolta chissà dove; degli occhiali tondi appoggiati sul naso, un panciotto e un bastone con cui raccattava le cicche delle sigarette (pur non fumando).
Si chiamava Gattinoni, ma tutti lo conoscevano come “Gatinù”. Si era allestito una sorta di spartano appartamento proprio dentro una delle cappelle funebri. Provarono a sfrattarlo, ma niente da fare. Ogni notte il Gatinù tornava alla sua cappella-dormitorio. Era simpatico a tutti, persino a un giovane giornalista che scrisse un pezzo su di lui, sull’Eco di Bergamo: si trattava di Don Andrea Spada, che di lì a poco sarebbe diventato il direttore della testata.

Fu una buona pensata

La Malpensata, per lungo tempo, è stato un quartiere operaio e popolare: e le case Aler di via Luzzatti sono ancora lì a testimoniarlo; sono state costruite a partire dal 1908, primo esperimento in Italia di edilizia popolare. Di fronte c’è il Circolino, un altro pezzo di storia. (C’è una fermata dell’autobus proprio lì: potrebbe esserti utile se non ti va di camminare indietro fino a via Don Bosco).
Fu in questo ambiente, da un padre ferroviere e una madre operaia, che nacque uno dei più grandi registi cinematografici italiani ed europei: Ermanno Olmi. “Io spero che quando sono venuto al mondo mia madre l'abbia pensata in modo diverso, ovvero che sia stata una bella pensata l'avermi messo al mondo!” dichiarò Olmi in un’intervista, rispondendo a una domanda sulle sue origini.
Quel che è certo è che, nel 1961, Olmi ebbe una pensata rischiosa, coraggiosa, un vero e proprio azzardo. Decise di vendere quella casa in Malpensata, per autofinanziarsi il secondo film della sua carriera: “Il posto”. Come andò a finire?
La pellicola ottenne il Premio della critica, alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista ottenne la fama internazionale. E sul set conobbe l’attrice Loredana Detto, che divenne la compagna di una vita.
Insomma, fu proprio una buona pensata.